Hackney Zombies

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L’altro giorno sono stato in un cinema di Londra, vicino al nuovo villaggio olimpico, a vedere un film che si chiama “Cockneys vs Zombies”. Il film è una parodia di un horror movie ambientato nei quartieri popolari dell’est di Londra, chiamati anche East End, dove si parla l’accento cockney. Un’idea molto buffa. Come se qualcuno ambientasse un film nel quartiere di San Frediano a Firenze e lo chiamasse “san fredianini vs Zombies”. Chissà che botte.

La zona est di Londra è dove sono sorte le fabbriche durante la rivoluzione industriale, vicino alle banchine portuali su cui arrivavano le mercanzie da tutto il mondo. La gente dell’East End, ha costituito la manovalanza del sottoproletariato industriale descritto da Charles Dickens, oltre che i ranghi dell’esercito di sua maestà, combattendo in ogni angolo del mondo per la gloria dell’Impero.

Nel film i personaggi sono abitanti dell’est di Londra che si arrangiano a sopravvivere più o meno onestamente in quartieri sporchi, degradati e grigi. Poi, come suggerisce il titolo, arrivano gli zombie ma, specialmente per le vecchie generazioni, non è questo il problema principale, ci vuole ben altro per impressionarli.

Mentre guardo il film, circondato da east londoners che a giudicare dagli incitamenti e dalle risate, sembrano identificarsi perfettamente con lo spirito dei personaggi, scopro che il film tratta temi sociali e politici, fondamentali per la storia della città.

Qualcosa altro, infatti, sta arrivando a turbare la vita degli abitanti dell’East End insieme ad i morti viventi. Cosa ci può essere di peggio? L’edilizia popolare. I protagonisti vengono sfrattati dalle loro case per costruire moderni palazzi. I vecchietti nel film sono rassegnati e inermi difronte all’ennesima ingiustizia. E in effetti, nella realtà, le cose vanno in maniera simile.

E’ una storia che si ripete, l’East End è stato ricostruito in continuazione nel corso degli anni. Dai tentativi di bonifica dell’età vittoriana, ai bombardamenti a tappeto della Luftwaffe, alle ricostruzioni post belliche, quelle zone sono state un esperimento edilizio continuo. Svariate riqualificazioni sono state portate avanti nel nome del razionalismo e del progresso, che vuol dire soldi per qualcuno.

Via via che nuove aree dell’East End venivano riqualificate, nuovi londinesi con maggiori disponibilità economiche vi si trasferivano. Gli abitanti dell’est di Londra hanno imparato da molto tempo a non fidarsi delle riqualificazioni che, anzi, per loro hanno sempre significato doversi trasferire ancora più a est perché le case popolari venivano demolite per fare spazio a moderni palazzi o perché il prezzo degli affitti cresceva, obbligandoli a spostarsi.

Da qualche anno, con la costruzione del villaggio Olimpico, lo sviluppo urbano nell’est di Londra è ricominciato a pieno ritmo. Per l’ennesima volta è stato presentato come la grande occasione di rilancio per i quartieri degradati dell’est e un’operazione di riqualificazione sociale a favore degli abitanti della zona. Alla gente di quei quartieri erano state fatte tante promesse e si erano create delle aspettative di miglioramento in termini di qualità della vita e sicurezza.

Bisogna riconoscere che sono stati fatti grossi investimenti, soprattutto in infrastrutture di trasporto pubblico, e zone più vicine al centro, come Dalston o Hoxton, sono ormai dominio della classe media cittadina.

Strade che fino a cinque anni fa erano considerate pericolose, o per lo meno degradate e prive di attrazioni, oggi sono solcate da Hypters in bicicletta e a ogni angolo spuntano gallerie d’arte, clubs, caffetterie e negozi di design, mentre i graffiti di Banksy ormai sono pezzi da museo con tanto di turisti giapponesi a fotografarli.

Ma, ancora una volta, a spese di chi? Basta leggere i giornali per scoprire continue proteste, sit-in e storie come quella della comunità del Carpenter Estate, un palazzo popolare di fronte al villaggio olimpico che, senza preavviso, hanno deciso di demolire per far posto a nuovi progetti.

Ma torniamo al film: nella scena iniziale una ruspa sta scavando per costruire l’ennesimo palazzo dall’aspetto accattivante che sostituirà la casa di cura dove lavorano i protagonisti e vivono i vecchietti, pensionati e veterani, ennesime vittime dell’avidità dei costruttori. I lavori si interrompono quando viene alla luce una catacomba medioevale il che, ovviamente, significa zombie e quindi una serie infinita di schizzi di ketchup, carni e budella di plastica.

Nel film, gli invasori dell’East End non sono altro che una metafora per rappresentare un altro tipo di irruzione, quella dello sviluppo dei centri commerciali, della finanza immobiliare, della ri-emarginazione degli emarginati. Quella che gli autoctoni chiamano scherzando la “middle class immigration”.

Londra è una città globale dove l’andamento del mercato immobiliare è totalmente indipendente dal resto del paese. Ci sono quartieri di Londra Ovest, dove il valore delle case nel 2011 è aumentato dell’8-9%, nonostante la crisi e probabilmente proprio a causa di essa. La domanda di immobili di lusso è costituita da miliardari di tutto il mondo che cercano di investire i loro soldi in qualcosa che mantenga o acquisti valore, in un periodo in cui la borsa presenta forti rischi e i titoli di stato sicuri offrono rendimenti negativi.

Basta però spostarsi a poche fermate di metropolitana per trovare quartieri dove il valore delle case è crollato del 5%. E’ la crisi, come in tutto il resto del mondo. Lo stesso fenomeno macroeconomico che ha due effetti completamente diversi nella stessa città. E la classe media scivola sempre più a est scalzando gli Eastenders che a loro volta abbandonano case e comunità.

In ogni caso è stata geniale la parodia horror. Fermare la speculazione edilizia sarà forse impossibile, ma vedere vecchietti dall’accento cockney respingere orde di zombie facendosi strada a mitragliate e colpi di katana, ha, se non altro, un forte valore catartico e riesce a trattare in modo ironico una situazione che rischia di essere l’ennesima emergenza dimenticata.

La Perla del Myanmar

Il Myanmar è una terra di mezzo, sospesa tra le nuvole, incastonata come una perla preziosa tra Cina, India e sud Est Asiatico. C’è chi ne descrive già un futuro di nuovo splendore. E andandoci si percepisce. E’ come se tutti sapessero che è una questione di tempo prima che quella terra torni a svolgere il ruolo che ha sempre avuto. Sorretto dal suo passato glorioso, in una sconfinata terra tra migliaia di templi in cui sembra che il tempo si sia fermato, un popolo dall’ospitalità unica ti accoglie tra le sue mille contraddizioni. Se in questo pase c’è una dittatura spietata, non si vede e non si percepisce facilmente. La gente è felice e sorride. Se si prova a chiedere qualcosa di specifico, però, ci viene gentilmente detto che non è il caso di parlare di politica in luoghi pubblici perché ci sono agenti in borghese che controllano. Devono esserci, eppure non si vedono. Questo popolo sembra semplicemente incapace di esercitare violenza, ma sappiamo che purtroppo non è così. Gli unici a portare impressi sui loro volti i segni della dittatura sono i monaci. Distaccati dal mondo quotidiano, camminano a migliaia, sono ovunque, per le strade del paese. A piedi nudi, nelle loro vesti sgargianti, hanno facce serie, indaffarate. Sui loro volti, come un memento costante per tutti noi, affiorano la consapevolezza e il dolore della repressione che hanno subito sulla loro carne. Il loro sguardo è fiero, e di quella fierezza si nutre un intero popolo così che tutte le cose ne risplendono. Il Myanmar è un paese troppo complesso perché sia compreso in un solo viaggio. Si può solo intuire qualcosa della sua complessità e tornare a casa portandosi dentro un mosaico di immagini che ti resterà per sempre impresso nel cuore.

E’ arrivata La Grand Heure di fare qualcosa

Primo Consigliere di Corte, in evidente stato di agitazione: Il popolo non ha più pane!
Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena: Allora dategli delle Brioches.

Questa famosa frase deve essere rimasta impressa nella testa dei politici francesi, probabimente vedendo la fine che ha fatto quella di Maria Antonietta. Il Presidente Sarkozy, che ci tiene alla sua, di testa, piuttosto che restare ad osservare impassibile che la crisi economica corroda il benessere francese e mandi alla malora i conti pubblici, sta cercando di fare qualcosa. Di questo dobbiamo dargli atto.

Da un punto di vista militare ha già fatto parecchio. Ha attaccato unilateralmente la Libia garantendosi una posizione di leadership e di controllo nel nuovo nord Africa post-coloniale. A scapito dell’Italia, ovviamente. Una volta portata a termine la sua Campagna d’Egitto e fatto definitivamente piazza pulita dell’ingombrante relazione Italo-Libica, ha cercato di fare qualcosa anche da un punto di vista economico e finanziario. Il 14 e 15 ottobre, infatti, si sono riuniti in Francia, a Nizza, i ministri finanziari delle 20 maggiori economie del mondo, in vista del G-20 che si è tenuto il 3-4 Novembre.

L’agenda di Mossieur Sarkò era molto ambiziosa:

  • Riformare il Sistema Monetario Internazionale
  • Rafforzare la regolamentazione della Finanza Internazionale
  • Combattere la volatilità dei prezzi delle Commodity

La volontà era chiaramente quella di dimostrare ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, che tra il colpevole ed umiliato mondo angolsassone ed il paralizzato e complessato mondo germanico, il modello Francese era quello da seguire.  I francesi, proprio loro, avrebbero raccolto i detriti dell’Occidente e lo avrebbero guidato, insieme alla massa di ex colonie e territori di oltre mare (cioè il resto del mondo) verso un nuovo, migliore, Ordine Economico Mondiale.

Poi probabilmente Sarkozy sarebbe stato assunto in cielo in diretta TV.

Tutto ciò non è successo, chiaramente. L’agenda del G20 è stata monopolizzata dalle questioni interne europee e da quella che può sembrare la Campagna d’Italia di Mr. Sarkò. Di grandi riforme internazionali niente, neanche l’ombra. I paesi emergenti c’erano? Bho, pare di si, come rinunciare ad una vacanza in Costa Azzurra? 

Sarkozy, indomito, per non sprecare completamente la possibilità di uscire politicamente rafforzato dal fallimentare G-20 che ha presieduto, ha pensato bene di sbeffeggiare in conferenza stampa il Presidente del Consigilo di uno Stato Membro fondatore. E non importa affatto che fosse Berlusconi. 

Ma si, ma fattela ‘sta risata. Come se potesse permetterselo. Quella risata è stata innanzi tutto una cosa irresponsabile e pericolosa perchè noi non siamo il Portogallo o la Grecia, con tutto il rispetto, ma soprattutto perchè loro non sono né la Germania né gli Stati Uniti. E i Mercati lo sanno. Il risultato più grave, comunque, è stato quello di mostrare una Comunità Europea divisa, incapace di gestire la crisi dell’ Euro. E’ stato un chiaro segno di debolezza, un evidente deficit di leadership unitaria. Se Sarkozy non è capace di essere il Leader di una Europa allo sbando, per lo meno ci risparmi i tentativi fanta Napoleonici di ridisegnare le sorti del mondo.

Ministro Francese dell’Economia: Signor presidente, il nostro Spread sale!

Presiente Sarkozy: Merd.

Carota e Bastonate

C’è chi dice che salvare la Grecia è una via obbligata per l’Unione Monetaria Europea. Ovvero per i Tedeschi. Perché? Perché se uscisse la Grecia uscirebbero anche Portogallo e Irlanda, forse Spagna e Italia. Questo provocherebbe grossi problemi per la Germania e la Francia (gli unici rimasti) perché l’Euro si apprezzerebbe enormemente trasformando quella che oggi sembra una stagnazione in una recessione sicura. A questo aggiungiamoci il fatto che le banche francesi e tedesche sono molto esposte verso questi paesi. Seguirebbe una ulteriore crisi del sistema bancario europeo e la famosa double dip recession sarebbe inevitabile. C’è chi dice invece, come il signor Stark (dimissionario tettesko membro del Board della BCE), che dovremmo “cacciare” i paesi non virtuosi. Eppure, secondo me, il rischio è un altro. Assumiamo che in realtà il salvataggio della Grecia sia inevitabile e che la Germania stia facendo la voce grossa solo nel tentativo (disperato) di mantenere una minaccia credibile per ottenere le riforme che pretende dalla Grecia. Il problema diventa se la società greca decide di andare a vedere il bluff: i tedeschi pagheranno comunque. Questo attuale governo ha ottenuto una fiducia risicatissima per approvare il piano di austerità imposto da FMI e Europa in cambio degli aiuti (salvataggio). Ora che la Grecia è di nuovo a secco ed ha bisogno di altri soldi dovrà far passare un’altra manovra in termini di tagli e tasse. Quanto potrà durare questo governo? Le piazza greca rischia di prendere fuoco, e l’incendio rischia di propagarsi a tutto il continente. Crediamo che questo sia sfuggito a chi, in Grecia e non, ha scelto l’opposizione frontale ed extra parlamentare? E se l’opinione pubblica cominciasse ad appoggiare l’idea di un deafult? Carota e bastone, questa è la strategia Tedesca. Il problema è che servono montagne di carote per mandare avanti la baracca e per giustificarle si deve compensare tirando bastone. Ma quante botte sarà disposta a riceve la Grecia prima di considerare il default una opzione migliore? Il pericolo, in questo caso, non è che l’Unione Monetaria Europea “cacci” la Grecia, ma piuttosto che la Grecia ci mandi a quel “Paese”. Uscire dall’Euro per la Grecia rappresenta una sconfitta forse nel lungo periodo, ma nel lungo periodo saranno tutti morti. Nel breve periodo invece la sua (nuova) moneta si deprezzerebbe immediatamente, crescerebbe l’inflazione e sarebbe più facile pagare i debiti (ristrutturati) con l’estero. Inoltre le sue merci sarebbero di nuovo competitive e il paese ricomincerebbe a crescere, paradossalmente potrebbero anche trovare più facile ripagare il debito. La Grecia farebbe una scelta: sceglierebbe di non essere più una “provincia tedesca di oltre mare”. Prenderebbe a modello o entrerebbe in competizione con il suo eterno vicino/nemico: la Turchia. Perché restare ancorati ad un gigante che cresce allo 0.2% (con una stima per la Grecia di -5%) quanto il mio vicino cresce all’ 8,2% ? Si avete letto bene. Chi me lo fa fare? Il senso di appartenenza ad una Europa unita, bianca, cristiana e democratica? No. Ragazzi guardiamoci in faccia: non hanno nemmeno l’alfabeto latino. Ho sempre guardato con sospetto, lo ammetto, il fatto che le banconote europee dovessero avere anche le scritte in alfabeto greco. Voglio dire, ma chi sono questi greci per permettersi di avere un alfabeto tutto loro? Fossero almeno in due. No, solo loro ce l’hanno. Mi ha sempre dato un sottile, quasi impercettibile fastidio. C’era qualcosa che non andava con quello strano alfabeto per noi simile ad un geroglifico: che cosa siamo una piccola nazione in via di sviluppo a cavallo tra Oriente e Occidente? Magari.

Ciò che non ammazza ingrassa..

Uno Spettro si aggira per l’Europa, è lo spettro della Speculazione internazionale. Ebbene si. Speculazione quando danneggia i nostri interessi, quando si scommette al ribasso. Eresia, blasfemia: lasciate che i corsi salgano in pace, sabotatori! Quando si tratta di scommettere sul rialzo, invece, le parole diventano crescita, sviluppo, indicatore di buona salute.

Partiamo prendendo atto della grande lezione che abbiamo avuto da questa crisi dissanguante: il problema enorme del moral hazard, ovvero il fatto che il sistema capitalistico globale è ormai tanto avviluppato e integrato per cui è diventato troppo rischioso che le Banche e le Istituzioni Finanziarie siano lasciate fallire alla mercé del Mercato. Abbiamo visto che l’equazione Capitalismo = Mercato è falsa. Il ruolo della politica e degli Stati si è dimostrato essere la variabile fondamentale, senza la quale non si va da nessuna parte.

Questo però non vuol dire che ci sia una mera relazione di subordinazione Mercato/Stato. C’è una coesistenza di necessità reciproca. Gli Stati sono, infatti, indirettamente stimolati da una competizione di mercato per la sopravvivenza, essendosi dovuti sobbarcare il debito delle Banche “troppo grandi per fallire”. In questo senso la presenza di un Mercato è un bene, perché altrimenti la competizione per la sopravvivenza diventerebbe di un altro tipo.

Questa settimana sul Sole 24 Ore è uscita una proposta di Romano Prodi per costitutire i cosiddetti Euro Union Bond, titoli di “Stati” Europei. E quindi di qualcosa che comincia ad essere uno Stato Europeo.

Di fatto che si tratti di colpa o di merito della Speculazione, ovvero del mercato dei capitali, qualcosa, nell’ormai atrofizzato e fragorosamente immobile processo di integrazione europeo sembra muoversi. Potrebbe anche essere così, ironia della sorte. Questa Crisi finanziaria in slow motion ci sta portando, con ondate di crolli che si seguono e si susseguono, sempre più vicini al livello di fusione del nocciolo. La ripresa non si vede, l’effetto delle politiche della FED e degli incentivi sono scemati. La parte positiva della storia è che la crisi procede relativamente lentamente rispetto per esempio alla crisi del ’29. Questo è un grosso vantaggio perchè ci dà il tempo di riflettere e di prendere coraggio per trovare delle soluzioni politiche. Oggi nessuno crede più di poter evitare questo dissanguamento continuo se non con qualcosa che vada al di là dei semplici interventi di acquisto sui mercati secondari. Serve un evento catartico, un cambiamento. Speriamo non siano venti di guerra.

Sicuramente a livello Europeo dei passi verso una maggiore integrazione sono stati fatti, o si cominciano a pensare come possibili, che è già qualcosa. La proposta e il conseguente dibattito sugli Euro Bond ne è una prova evidente. Questa soluzione politica ed economica che rilancerebbe il processo di integrazione europeo è frutto di un aggiustameto strutturale dovuto a pressioni provenienti dall’esterno. Da qualcosa che è capace di giudicare gli Stati, ma che non per questo è meglio o va considerato una entità separata ed astratta da essi: il Mercato, e in particolare sotto la vampiresca Speculazione Internazionale.

In fondo, come si dice, quel che non ammazza ingrassa.

PIGaSUS countries

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Dal 2007, con lo scoppio della bolla immobiliare americana, le Banche Centrali non hanno fatto altro che tentare di tamponare l’emorragia finanziaria. Il costo di questo tamponamento, che equivale a prendere un malato e infilarlo dentro un tampone a misura d’uomo e tenercelo per tre anni sperando che stia meglio, è stato pagato dagli Stati, con conseguente aumento dell’ indebitamento complessivo di questi.
Inevitabilmente la Speculazione è arrivata, festante, atteggiandosi a ripresa economica.
Ovviamente si è concentrata sui paesi più esposti e più poveri, i così detti PIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Italia e Irlanda condividono la I.Tutti, ovviamente, condividono l’Euro.
La novità è che sembra che si sia accorta di qualcosa di insolito: a pochi giorni dalla scadenza del termine fissato per il 2 di agosto, con gli occhi di tutto il mondo (e delle borse) puntati su di lui, il congresso americano non ha ancora votato la legge per aumentare il limite di indebitamento. Non una bella figura. Non una figura da leader, non un messaggio rassicurante…

Che acronimo terribile, PIGS, maiali. Degno della mente di qualche yankee ignorante o del solito isolazionista monarchico britannico che spara sentenze e gode delle disgrazie del Continente!

Ma, dato che il due agosto si avvicina e che noi non vogliamo essere da meno in quanto a nomignoli terribili, potremmo coniarne uno nuovo: i paesi “PIGASUS”, un maiale con le ali!
(basta aggiungere lo US degli Stati Uniti e una a che va considerata una licenza poetica).

La differenza è che il PIGASUS ha un paio di ali si, ma sono alette, a dire il vero. Un po’ atrofizzate, sicuramente insufficienti per permettergli di rimanere in quota. Lui continua ad ingrassare e le sue ali non lo sostengono più. Questo lo avvicina pericolosamente agli altri maiali meno fortunati…

Non avrai altro Rating all’infuori di me

Cresce in Europa la critica nei confronti delle “Big Three”, le tre Società di rating più importanti a livello mondiale.Venerdì, in seguito alla notizia della riduzione del debito portoghese, si è assistito a un vero e proprio bagno di sangue finanziario. La reazione scomposta e nevrotica dei mercati ha portato bruscamente lo spread dei titoli di stato dei paesi periferici dell’area euro a livelli record. E pensare che giovedì le borse erano andate bene, incorporando senza problemi le voci su una possibile revisione al ribasso dei titoli italiani e l’aumento dei tassi di interesse da parte della BCE.

Poi il panico. Prima il declassamento del Portogallo, poi le voci infondate sulle presunte dimissioni di Tremonti e, infine, nel pomeriggio, i dati scoraggianti sulla occupazione americana.

Per quanto riguarda l’Italia è in particolare il settore bancario ad essere stato colpito. La Consob ha subito deciso di indagare sulle dinamiche che hanno scatenato il crollo dei titoli. Movimenti speculativi che alimentano le solite manovre poco trasparenti, probabilmente sullo sfondo di una partita che si gioca per il controllo delle quote libiche di UniCredit.

La possibilità di attuare una simile speculazione, però, emerge quando ci sono le condizioni propizie. Condizioni soprattutto psicologiche. Venerdì questi presupposti si sono materializzati quando le agenzie di rating americane hanno improvvisamente declassato i titoli. Come un direttore di orchestra, che scandisce il tempo con la bacchetta, il declassamento ha creato le condizioni di nervosismo e panico che hanno aperto i grandi spazi di manovra della speculazione internazionale. Ma, ancora una volta, qui prodest?

Direi che rispondere a questa domanda è in pratica impossibile. Chi ha giocato quale ruolo? Chi ha venduto? Ci sono di mezzo i così detti limiti di stop loss? Ci sono state vendite scoperte da parte di qualcuno?

Non lo sapremo mai. Quello che rimane, però, è la consapevolezza dello sconvolgente potere di queste agenzie. Il potenziale geopolitico che detengono. Il declassamento di venerdì aveva l’eco sinistro di una dichiarazione di guerra all’Europa. E in effetti le reazioni politiche sono state fortissime.

Le agenzie di rating americane possono far fallire un Paese o una intera comunità di paesi con un semplice tratto di penna. A conclusione di un processo di valutazione tutt’altro che trasparente. I metodi e le motivazioni delle decisioni prese da queste agenzie, infatti, non sono spiegati dettagliatamente. Inoltre, c’è un problema di conflitto d’interessi, visto che queste società sono private e riferiscono ad azionisti che rispecchiano l’elité della finanza internazionale (leggi speculazione). A tutto questo si aggiunge la tempistica inammissibile di tali dichiarazioni. Senza una scadenza fissa, compaiono improvvisamente, come fulmini a ciel sereno gettando scompiglio sui mercati e influenzandone l’andamento.

Fino a che i mercati le seguiranno loro avranno questo potere. Ma per quanto ancora? La loro credibilità è venuta meno se si ricorda che Lehman Brothers aveva un giudizio tripla A fino al giorno prima di fallire. Lo stesso vale per Parmalat, Enron e altri scandali.

Alla luce di tutto questo, in Europa si discute di creare un’agenza di rating Europea mentre la Cina ne ha già una. Si chiama Dagong e circa un mese fa ha declassato il debito americano. Qualcosa che fino a poco fa sarebbe stato inconcepibile e che fa rabbrividire qualsiasi operatore di borsa. Come sorprendersi però? Sembra alquanto insolito che il prezzo a cui viene venduto un credito sia fissato dal debitore. La Cina, infatti, non può imporre agli americani di risanare i conti pubblici ma può, e legittimamente cercherà, di fissare il prezzo a cui concedere nuovi finanziamenti. Gli Stati Uniti potranno ancora godere di una fonte di credito inesauribile ma non a basso costo.

Qualcosa dovrà cambiare.

Avere più agenzie di rating legate ai paesi di origine, però, rischio di accrescere l’instabilità dei mercati. Appare interessante, invece, la proposta di delegare al Fondo Monetario Internazionale la funzione diciamo di “agenzia di rating di ultima istanza”. Purtroppo però ancora una volta, l’FMI non viene chiamato a svolgere il ruolo che gli spetterebbe. Un suo possibile coinvolgimento non sembra essere gradito, specialmente negli USA.

Non ci resta che prepararci a vivere in un mondo ancora più polarizzato. Tra est, ovest, vecchi e nuovi continenti, imperi di mezzo e potenze dormienti, nuovi elementi si aggiungono al livello di entropia generale.